Aborto, "necessario riformare i consultori"

24/01/2011

“Dopo oltre trent’anni di applicazione della legge 194 sulla disciplina dell’interruzione di gravidanza, è opportuno verificare se siano state concretamente messe in campo tutte le risorse mediche, assistenziali e morali per quelle situazioni di maternità a rischio in cui margini di intervento di aiuto alla vita potevano sussistere.

 

Pensare a come supportare la libertà di scelta delle donne, rafforzando e strutturando concretamente un percorso di interventi mirati e individualizzati a sostegno della donna in difficoltà, affinché ci siano reali alternative all’aborto e l’interruzione della gravidanza non sia l’unica strada percorribile, è il senso della proposta di legge che presentiamo”. E’ quanto afferma Luigi Giuseppe Villani, Presidente del Gruppo assembleare PDL della Regione Emilia-Romagna, commentando il disegno di legge. 


“Dall’analisi – continua Villani – dei fascicoli relativi alle interruzioni di gravidanza nella nostra regione, si evince che nel 2008 il 60% delle certificazioni per ottenere un’interruzione di gravidanza proveniva dai consultori e il dato è molto alto già negli anni precedenti (nel 2007 il 58,7 %, nel 2006 il 55%), contro una media italiana delle certificazioni rilasciate dai consultori che, nel 2008, si attesta sul 37,2%. Questo significa che in Emilia-Romagna i consultori, più che i medici di base e i ginecologi privati, sono il punto nevralgico di scelte per o contro la vita. Le statistiche rilevano un rapporto costante di circa 1 aborto ogni 4 nati (il cosiddetto rapporto di abortività, ossia la percentuale di aborti ogni 1.000 nati vivi), che figura in calo ma solo grazie all’aumento della natalità – ad esempio, nell’anno 2008 si sono registrati ben 11.124 aborti contro 41.915 nati iscritti all’anagrafe. 

 

Dalla lettura di questi dati c’è da chiedersi se, di fronte a 11.124 casi di aborto, non si potesse proprio fare nulla per evitare l’interruzione di gravidanza, magari adottando un’efficace offerta di valide alternative. Il dato eclatante è che nella nostra regione, a parità di parametri con le altre regioni, si abortisce di più e con maggior facilità, ossia con minore impegno da parte dei consultori nel mettere in atto strategie per salvare la vita già in essere promuovendo percorsi alternativi. Questa valutazione trova conferma nel fatto che non si sono per anni applicate politiche si prevenzione ad ampio raggio sulla popolazione femminile residente. Le linee di indirizzo dell’assessorato alla Sanità della Regione si sono orientate nella prevenzione dell’IVG prendendo in esame prioritariamente i problemi delle donne extracomunitarie, individuando certamente uno spaccato reale del problema, in quanto la metà delle donne che richiedono l’aborto in Emilia-Romagna è straniera in riferimento al luogo di nascita (48,3% nel 2008), ma con la grave miopia di non saper proporre alternative, proposte, incentivi, motivazioni alle donne emiliano-romagnole residenti che si fossero trovate dinnanzi a questa drammatica scelta”. 

 

“E’, pertanto, necessario – conclude Villani – modificare, nei consultori, l’approccio al problema. Obiettivo del servizio non può più essere meramente la riduzione delle liste d’attesa e la semplificazione delle procedure, ma la riduzione degli aborti. La vera sfida sta nel riuscire a predisporre, dinanzi a situazioni di crisi e di difficoltà ad accogliere la vita nascente, una rete di professionalità multiple e seri interventi, sanitari, sociali e assistenziali mirati a rispondere ai problemi delle donne (es. mancanza di supporti alla maternità, carenza di asili nido, difficoltà economiche, disagi a far valere i propri diritti di lavoratrice, etc.). Nelle relazioni annuali sull’interruzione volontaria di gravidanza in Emilia-Romagna, curate dall’Assessorato regionale politiche per la salute, manca costantemente ogni riferimento alle ragioni sommerse della rinuncia alla maternità e questo perché, da parte della sinistra che ci amministra, permane la dicotomia tra la difesa delle libertà di scelta della donna e la difesa della vita, mentre il vero spirito della legge 194 era proprio di coniugare entrambi gli aspetti del problema creando la rete di supporto e la sinergia d’interventi che è mancata e che noi proponiamo”.

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